Imparare a riprendersi – Articolo sulla resilienza, di Andrew Zolli

3 dicembre 2012

Qualche settimana fa è stato pubblicato sul New York Times un articolo di Andrew Zolli, studioso di scenari futuri e autore di un libro dal titolo “Resilience – Why things bounce back“.

Partendo dai danni causati dall’uragano Sandy, l’articolo parla di resilienza e di come le nostre città e le nostre comunità dovranno essere riorganizzate per poter affrontare eventi imprevedibilie, di natura climatica, naturale o sociale. Se negli ultimi decenni si è data molta importanza alla “sostenibilità”, ciò è avvenuto a scapito della “resilienza” e si dovrebbe d’ora in poi integrare i due punti di vista nel progettare e nell’organizzarsi.

Ecco una mia traduzione dell’articolo:

Imparare a riprendersi velocemente, di Andrew Zolli, pubblicato sul New York Times del 2 novembre 2012.

Per molti anni, le persone che si occupano dei grandi problemi del mondo, argomenti legati tra loro come il degrado ambientale, la povertà, la sicurezza del cibo e i cambiamenti climatici, hanno sostenuto tutti insieme la bandiera della “sostenibilità” ossia l’idea che con il giusto mix d’incentivi, sostituzioni di tecnologie e cambiamenti sociali, l’umanità potesse finalmente raggiungere un duraturo equilibrio con il pianeta e tra gli uomini stessi.

E’ un punto di vista molto attraente ed etico, e in un anno in cui si è avuto il mese più caldo mai registrato nella storia degli Stati Uniti (Luglio), la siccità nel Midwest che ha fatto precipitare più di metà del Paese in uno stato di emergenza, un’ondata di caldo nella parte est del Paese così potente da sciogliere l’asfalto sotto i jet in partenza all’aeroporto e infine la devastazione portata dall’uragano Sandy, sembrerebbe anche molto pressante e attuale.

Eppure oggi, proprio perché il mondo è sempre più lontano dall’equilibrio, il concetto di sostenibilità è silenziosamente messo in discussione, non da fuori ma da dentro. Tra un crescente numero di scienziati, innovatori sociali, leaders locali, organizzazioni non governative, benefattori, governi e grandi aziende, sta emergendo una nuova discussione che verte su una nuova idea: la resilienza, ossia come aiutare la popolazione, le organizzazioni e i sistemi vulnerabili a resistere e persino a prosperare in seguito a imprevedibili eventi distruttivi. Laddove la sostenibilità vuole rimettere il mondo in equilibrio, la resilienza esplora i modi in cui gestire un mondo che non è in equilibrio.

E’ un programma molto ampio che da una parte cerca di costruire dentro le nostre comunità, istituzioni e infrastrutture una maggiore flessibilità, intelligenza e capacità di rispondere prontamente a eventi estremi, dall’altra si basa sul sostenere e accentuare le capacità dei singoli di gestire psicologicamente e fisiologicamente circostanze molto stressanti.

Per esempio, il pensare in termini di resilienza sta iniziando a influenzare il modo in cui gli urbanisti nelle grandi città progettano l’ammodernamento di infrastrutture ormai datate, gran parte delle quali sono ancora robuste e resistenti a eventi noti, come ad esempio la rottura di qualche impianto, ma, come è stato dimostrato nella zona di New York, sono fragili in caso di eventi traumatici non previsti, come inondazioni, pandemie, attacchi terroristici o mancanza di energia.

Contrastare questi tipi di devastazioni non significa semplicemente costruire muri più alti, bensì saper accogliere i colpi distruttivi. Per eventi meteorologici estremi, questo vuol dire costruire quel tipo d’infrastrutture che comunemente associamo all’Esercito: ponti temporanei che possano essere gonfiati o posti sui fiumi quando le gallerie sotterrane sono allagate o, ad esempio reti wireless del tipo mesh o microgriglie per l’energia elettrica che possano sostituire i trasformatori fuori uso.

Anche la natura può essere considerata come un’infrastruttura. Lungo il Golfo del Messico, i governanti delle comunità locali hanno iniziato a considerare seriamente l’azione di ripristino delle zone umide che fungono da indispensabile tampone contro gli uragani. La New York del futuro potrebbe essere circondata anch’essa da zone umide proprio come lo era qualche secolo fa.

L’uragano Sandy ha colpito New York più duramente nelle zone in cui si è intervenuto più di recente a recuperare l’esistente: Lower Manhattan, che a rigor di logica avrebbe dovuto essere la zona meno vulnerabile dell’isola. Ma è stata ricostruita per essere “sostenibile” non “resiliente”, sostiene Jonathan Rose, un urbanista.

“Dopo l’undici settembre, Lower Manhattan conteneva il più alto numero di edifici ambientalmente sostenibili, con le relative certificazioni” egli prosegue. “Quella però era una risposta solo a una parte del problema. Gli edifici erano progettati per avere un più basso impatto sull’ambiente, ma non per rispondere agli impatti dell’ambiente” come ad esmepio avere un sistema elettrico di riserva.

La mentalità della resilienza invece descrive non solo come gli edifici affrontano le tempeste, ma anche come le persone le affrontano a loro volta. In questo campo gli psicologi, i sociologi e i neuroscienziati stanno man mano scoprendo un ampio spettro di fattori che rendono una persona più o meno resiliente della persona a fianco: l’accesso alla propria rete di conoscenze, la qualità delle relazioni più strette, l’accesso alle risorse, il patrimonio genetico, lo stato di salute, le proprie credenze, opinioni e abitudini.

Sulla base di queste intuizioni, questi ricercatori hanno sviluppato dei regimi di allenamento, profondamente basati su pratiche contemplative che stanno già aiutando gli addetti alla gestione delle emergenze, dei pronto soccorsi e anche i  militari a gestire periodi di stress elevato, diminuendo l’intensità e la gravitò dello stress post-traumatico che può seguire. I ricercatori della Emory University hanno dimostrato che pratiche simili possono sostenere e far aumentare la resilienza psicologica e fisiologica dei bambini in affido. Questi strumenti dovranno sempre più diffusi per far si che si possa meglio preparare la popolazione a eventi catastrofici, non solo fisicamente ma anche mentalmente.

C’è poi un terzo grande settore dove ci sarà in futuro molta più resilienza, quello dei servizi mobili e delle banche dati. Già ora, il Servizio di rilevamento geologico degli Stati Uniti sta testando un sistema che connette i propri  sismografi a Twitter; quando viene registrato un terremoto, il sistema inizia in automatico a controllare i social media per verificare se ci siano segnalazioni dalle aree colpite riguardo a incendi o altri danni.

Sistemi simili sono stati usati per analizzare quanto pubblicato nei blog e nei siti di news per cercare i primi segnali di pandemie come ad esempio la Sars. Gli attivisti-hackers stanno esplorando i modi per estendere le possibilità del sistema 311 (NB sistema analogo al 911 ma dedicato alle richieste non di emergenza) per aiutare e persone non solo a contattare gli uffici pubblici ma anche a organizzarsi autonomamente tra loro in caso di crisi.

Capovolgendo i nostri stereotipi riguardo al flusso dell’innovazione, molti degli strumenti più importanti per la resilienza arriveranno dai paesi in via di sviluppo, che da tempo hanno dovuto imparare a fare i conti con eventi distruttivi di larga portata e con poche risorse economiche. In Kenya, Kilimo Salama, un programma assicurativo per piccole aziende agricole, usa sensori meteorologici wireless per aiutare i contadini a proteggersi finanziariamente dalla mutevolezza del clima.   In India Husky Power Systems converte gli scarti agricoli in elettricità a servizio dei villaggi non collegati alla rete elettrica principale. Un servizio chiamato Ushahidi permette a comunità sparse per tutto il mondo di mettere in comune informazioni tramite i telefoni cellulari in caso di evento di crisi.

Nessuna di queste è una soluzione permanente e nessuna sradica alla base i problemi che affronta. Ma ciascuna contribuisce a far si che una comunità  vulnerabile possa contrastare certi shocks che, soprattutto in certi settori sociali marginali, possono essere devastanti. Al posto di grandi disegni generali, questi approcci offrono strumenti e servizi che permettono un maggior auto-affidamento, più cooperazione e creatività prima, durante e dopo una crisi.

Tutto questo suona molto saggio, eppure passare dalla sostenibilità alla resilienza fa sentire molti ambientalisti di vecchio stampo e molti attivisti non a loro agio, dato che puzza un po’ di “adattamento” una parola che è ancora un tabù per molti. Il loro ragionamento è che se ci adattiamo ai cambiamenti anche quelli non desiderabili, è come se esonerassimo i responsabili dei problemi che subiamo dalle loro responsabilità perdendo in questo modo l’autorità morale per far pressione su di loro affinché risolvano tali problemi. E’ meglio, argomentano , mitigare il rischio all’origine.

In un mondo perfetto questo è sicuramente vero, così com’è senz’altro vero che il modo meno costoso per reagire a un evento catastrofico è in primo luogo di prevenirlo. Ma nel mondo reale, persone e popolazioni vulnerabili sono già colpite da caos e distruzioni. Esse hanno bisogno di soluzioni concrete, anche se imperfette, per vedersi garantito un futuro equo.

Sfortunatamente, la politica del movimento della sostenibilità, per non parlare dei suoi metodi di marketing, ha portato a un fraintendimento molto comune: che sia possibile raggiungere uno stato di equilibrio perfetto, come se qualcosa venisse “congelato” in un momento definito. Ma il mondo non funziona in quel modo: esso esiste in costante disequilibrio – provare, fallire, adattarsi imparare ed evolvere in infiniti cicli. Sono proprio i fallimenti, quando ben studiati e compresi, che creano il giusto contesto per apprendere e crescere. Questo è il motivo per cui i posti più resilienti sono, paradossalmente, quelli che hanno di quanto in quanto l’esperienza di un qualche grado di scombussolamento: in essi si trasmette la memoria condivisa che qualcosa di traumatico può accadere.

La mentalità resiliente parte da questo, dandolo per assodato, ed è in conseguenza umile. Non propone per il futuro un unico scenario già delineato nei particolari. Essa assume anzi che non sappiamo di preciso come andranno le cose, che ne saremo sorpresi e che faremo degli errori nel percorso. E’ anche aperta a studiare la straordinaria e così diffusa resilienza del mondo naturale, compresi i suoi abitanti, qualcosa che molti fautori della sostenibilità hanno, contrariamente al senso comune, ignorato.

Ciò non significa che non ci sono dei veri malfattori e delle cattive idee all’opera nel mondo, o che non dovremmo fare alcuna azione per prevenire i rischi. Dobbiamo però anche riconoscere che le guerre di religione contro “i cattivi” non hanno funzionato e non sembra probabile che daranno risultati presto. Al loro posto abbiamo bisogno di approcci che siano allo stesso tempo più pragmatici e più politicamente inclusivi, che ci mettano in grado di muoverci sufficientemente bene sulle onde, invece di tentare di fermare l’oceano.


Il problema dell’acqua

27 dicembre 2010

Qui si accennava ad AspoItalia; ecco ora un articolo estremamente interessante comparso sul loro blog “Risorse, Economia e Ambiente”:

Questo lavoro espone il modo in cui si cercava di fare fronte al problema dell’approvvigionamento di acqua in un paese della Lucania fino agli anni trenta del secolo scorso, quando arriva l’acquedotto. Si farà inoltre qualche accenno alla situazione nel periodo successivo. (***)

Certo, la Lucania preindustriale non è distante da noi solo in termini tecnologici e storici, ma anche spaziali, geografici, climatici, idrografici… insomma, la gestione dell’acqua qui in Pianura Padana era diversa anche nel passato. Ma il sintetico racconto di Boccone ci lascia una chiara idea di cosa significasse trovare e amministrare l’acqua necessaria a vivere nei tempi antecedenti all’era del petrolio.


Science Magazine – Speciale Energia

18 agosto 2010

Gratuito fino al 27 agosto (è in inglese).

Special Section: Scaling Up Alternative Energy

Scaling Up Alternative Energy
In the 13 August 2010 issue, Science explores worldwide efforts to develop clean, renewable alternatives to fossil fuels. News stories highlight some of the challenges associated with making this energy transition, Perspectives take an in-depth look at how researchers hope to scale up biofuels development, and a Review discusses a two-stage approach for expanding nuclear power generation. An all-energy podcast features interviews with authors of the special section.

Science is making access to this special section FREE until 27 August 2010. A simple registration is required for non-subscribers, except for items marked with unrestricted, which have unrestricted access.


LA DISPONIBILITÀ DI PETROLIO A BASSO COSTO È IN DECLINO

10 maggio 2010

Sento la necessità di girare a tutti questa lettera aperta, inviata da ASPO Italia agli amministratori delle Regioni e delle Province.

Mi piacerebbe che anche gli abitanti e gli amministratori di Carpi la tenessero in debita considerazione. FR

ASPO ITALIA

ASSOCIAZIONE PER LO STUDIO DEL PICCO DEL PETROLIO
www.aspoitalia.it

Alla Cortese Attenzione
– PRESIDENTI DELLE REGIONI E DELLE PROVINCE AUTONOME
– PRESIDENTI DELLE PROVINCE
– RAPPRESENTANTI DI REGIONI, PROVINCE ED ENTI LOCALI
– PRESSO LA CONFERENZA STATO – REGIONI – ENTI LOCALI

8 Maggio 2010

Oggetto: Nota informativa – Petrolio, economia e società

Egregio Sig. Presidente,
Ci permettiamo di sottoporre alla Sua considerazione la presente comunicazione, con l’obiettivo di contribuire al quadro conoscitivo nel settore energetico, che costituisce materia concorrente tra Stato, Regioni ed Enti Locali.

LA DISPONIBILITÀ DI PETROLIO A BASSO COSTO È IN DECLINO

Sussistono ragioni molto fondate per ritenere che la crisi finanziaria, partita nel 2007 in modo graduale ed evoluta nel 2008 in un vero e proprio ridimensionamento dell’economia globale, tragga in gran parte la propria origine nell’incapacità di estrarre petrolio greggio in quantità sufficienti, e a costi sufficientemente bassi, tali da sostenere la crescita imposta dall’economia aperta di mercato ormai affermata in tutto il mondo.

La medesima crisi e la conseguente diminuzione dei consumi ha senza dubbio avuto l’effetto, molto temporaneo, di rallentare l’incipiente deficit di petrolio, ovviamente al costo di un relativo impoverimento di molti Paesi e degli strati più svantaggiati delle relative (e sempre crescenti) popolazioni; l’attuale stabilizzazione dei prezzi del barile di petrolio oltre gli 80 dollari testimonia tuttavia che i fondamentali scatenanti non si sono modificati.

La relativa e modesta ripresa in corso non potrà che accentuare e avvicinare il momento in cui l’offerta di petrolio non potrà più fare fronte alla domanda minima sufficiente a sostenere la crescita necessaria a uno sviluppo armonico e al benessere diffuso.
La stessa Agenzia Internazionale per l’Energia e il Governo USA (cfr. Approfondimenti in fondo al testo) hanno diffuso per la prima volta un avvertimento che, se ben interpretato e seguito da azioni adeguate, potrà aiutare almeno ad attenuare gli effetti del prossimo “crash” petrolifero.

La nostra Associazione si permette di suggerire una particolare attenzione non soltanto al suddetto previsto evento, ma anche alla sua collocazione nel tempo, che è estremamente ravvicinata (entro 2-3 anni) e che di fatto rende difficilmente proponibili e praticabili programmi di riconversione a breve termine del sistema energetico e tecnologico.

Emerge qualche positivo elemento di speranza, almeno per il nostro Paese, rappresentato, a titolo d’esempio, dal vero e proprio “boom” del fotovoltaico, passato in pochi anni da una nicchia trascurabile a oltre 1.200 MW di potenza installata, e dell’eolico, la cui potenza installata presto raggiungerà i 5.000 MW, complessivamente contribuendo per quasi il 5% al fabbisogno nazionale di energia elettrica.

La via d’uscita è tuttavia stretta e lunga, e deve essere percorsa in fretta!
Essa necessita un forte sostegno da parte di tutti i livelli di governo e amministrativi riguardo allaproduzione di energia da fonti rinnovabili, al risparmio e all’efficienza energetica e al trasporto sostenibile.

QUALCHE DATO SUL PICCO DEL PETROLIO
Il grafico sottostante è stato prodotto dal Dipartimento dell’Energia (DOE) del Governo degli Stati Uniti d’America a partire dai dati dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), agenzia intergovernativa dei Paesi OCSE, dedicata allo studio e alle previsioni sul futuro energetico mondiale.

La stessa figura prospetta un futuro energetico molto preoccupante, caratterizzato a breve dal picco della produzione di combustibili liquidi.

Si tratta di un evento storico già in corso, il cui momento critico è collocabile, secondo i dati AIE, tra circa 18 mesi, intorno al valore di 87 milioni di barili al giorno.

La produzione di petrolio convenzionale, che è in pratica tutto il petrolio con cui è stato alimentato il metabolismo sociale ed economico mondiale almeno negli ultimi 50 anni, ha superato un picco di capacità nel 2008, ed è prevista declinare con un tasso annuo del 4%.

L’apporto di petrolio non convenzionale, essenzialmente sabbie bituminose e altri progetti simili, non coprirà che in minima parte il deficit che si sta aprendo tra domanda e offerta.

Tale deficit è rappresentato, nella figura, dall’area bianca classificata come l’insieme dei progetti produttivi ancora da identificare, che si trova tra la porzione colorata della figura data dalla somma della produzione delle varie categorie di liquidi combustibili e la curva in colore blu scuro, che rappresenta le previsioni dell’AIE sulla domanda da oggi al 2030.

In altre parole, la parte colorata della figura rappresenta la realtà, la parte bianca l’immaginazione.
Questa quantità di petrolio “immaginario” ammonterebbe, nel 2030, alla cifra stratosferica di 60 milioni di barili al giorno, pari alla produzione attuale di sei produttori come l’Arabia Saudita.

I problemi, tuttavia, inizieranno molto prima, allorché la domanda inizierà a superare definitivamente l’offerta.
Purtroppo le scoperte di nuovi giacimenti, lungi dal ripetere i fasti dei tempi in cui furono individuati i grandi campi petroliferi che ci hanno generosamente servito per diversi decenni, dopo un picco a metà degli anni sessanta del secolo scorso, sono andate irregolarmente ma inesorabilmente calando e si attestano oggi intorno ad 1/5 dei consumi. Tali scoperte sono inoltre principalmente costituite da progetti petroliferi estremamente complessi dal punto di vista geologico e ingegneristico (per esempio in alto mare, in zone perennemente coperte da ghiacci, a profondità chilometriche, greggio di qualità scadente, contenente sostanze pericolose o da eliminare, complicate lavorazioni di enormi quantità di sabbie o di rocce).

Tale complessità si riflette, ovviamente e prima di tutto, in costi economici più alti e ritorni energetici minori (minore estrazione di petrolio per unità di energia spesa per estrarlo), aspetto, quest’ultimo, che, indipendentemente dalle quantità di petrolio ancora esistenti, definisce il “vantaggio” tramite il quale la struttura socio-economico-produttiva può continuare a svilupparsi.
Negli Anni Trenta del secolo scorso si utilizzava l’energia corrispondente a un barile di petrolio per estrarne cento, oggi con un barile se ne estraggono da dieci a quindici, e ciò pur tenendo conto degli enormi progressi tecnologici intervenuti nel frattempo!

La stessa crescente complessità della ricerca ed estrazione di petrolio si riflette anche, come purtroppo testimoniano le recenti cronache dal Golfo del Messico, in un aumentato rischio di incidenti dalle conseguenze particolarmente gravi e durature.

Da tempo la nostra Associazione ha divulgato ad ogni livello della società, dalle scuole elementari fino agli organi di governo dello Stato, delle Regioni e degli Enti Locali, l’entità, la tempistica e le possibili conseguenze del picco petrolifero, così come ora trovano conferma nel documento del Dipartimento dell’Energia del Governo degli Stati Uniti.

Il metabolismo sociale ed economico del nostro Paese, delle sue Regioni e città è ancora totalmente dipendente dalla fruibilità di combustibili liquidi a buon mercato.
Il panorama prevedibile nella fase di declino di disponibilità di tali combustibili è caratterizzato da costi crescenti degli stessi che si trascineranno dietro costi crescenti dell’energia in generale e delle materie prime (come si è visto nel periodo 2004-2008).

Tutti i settori produttivi, dai trasporti all’agricoltura, così come l’intero assetto economico e sociale soffriranno – in modo al momento imprevedibile – generando una riduzione delle disponibilità di beni, servizi e lavoro così come oggi li concepiamo.

Si rileva che l’attuale fase di sostituzione dei combustibili liquidi di origine petrolifera con il gas naturale può alleviare solo in minima parte i problemi per il settore dei trasporti.

La scrivente Associazione evidenzia quindi la necessità che l’azione politica e amministrativa si occupi nel più breve tempo possibile di garantire alla società il mantenimento dei servizi essenziali scoraggiando la deriva verso il superfluo e focalizzandosi verso la preparazione, sia materiale, sia culturale, di una comunità informata e resiliente, chiamata ad affrontare un periodo di diminuzione del flusso di beni e servizi senza per questo collassare o trasformarsi in qualcosa di diverso e sicuramente meno gradevole.

In questo quadro si evidenzia inoltre il carattere controproducente dei progetti di rilancio del paradigma vigente, rappresentati dall’ipotesi di incrementare l’uso del carbone e dal ritorno al nucleare, che sottendono l’idea non sostenibile della crescita materiale infinita.

Grati per la Sua considerazione, rimaniamo a disposizione per qualsiasi approfondimento.

Con Ossequio.

ASPO ITALIA
ASSOCIAZIONE PER LO STUDIO DEL PICCO DEL PETROLIO

Il documento in formato PDF

Approfondimenti

International Energy Agency. Global Energy Outlook http://www.worldenergyoutlook.org/

Energy Information Agency, Dept. Of Energy USA http://www.eia.doe.gov/conference/2009/session3/Sweetnam.pdf

The Oil Drum – Discussions about Energy and Our Future www.theoildrum.com

Stockholm Resilience Centre: www.stockholmresilience.org

ICLEI – Local Governments for Sustainability – www.iclei.org

Petrolio – uno sguardo dal picco http://petrolio.blogosfere.it