Cambiamenti climatici: conseguenze e azioni di contrasto

29 aprile 2019

Il gruppo scout Carpi 3 ha invitato Luca Lombroso il prossimo 21 maggio, altra occasione per ascoltarlo

 


“CIAO FOSSILI – Cambiamenti climatici, resilienza e futuro post carbon”

22 luglio 2016

È uscito il nuovo libro di Luca Lombroso! Il titolo dice già molto, ma in attesa di eventi dalle nostre parti a settembre a settembre con l’autore, ecco un video di presentazione.


Tre incontri con Luca Lombroso a Correggio

6 maggio 2016

A spasso nel tempo… e nel clima” è il titolo dell’iniziativa, promossa dal Comune di Correggio, che vede ospite Luca Lombroso, per tre serate di approfondimento dedicate ai cambiamenti climatici, alle loro ricadute sul meteo, ai possibili scenari futuri e alle azioni da mettere in campo per contrastarne gli effetti.
Primo appuntamento mercoledì 11 maggio, con “Cambiamenti climatici: la cartella clinica del Pianeta Terra”.
A seguire, mercoledì 18 maggio, “Tutti pazzi per il tempo: dalle #meteobufale a #labuonameteo; mercoledì 25 maggio, “Parigi e la Cop21: dallo sviluppo sostenibile al futuro resiliente”.
Tutti gli incontri si svolgono alle ore 21 nella sala conferenze “A. Recordati” di Palazzo dei Principi.

 

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A piedi verso Parigi: ogni passo conta per fermare i cambiamenti climatici

13 ottobre 2015

Segnaliamo questa bellissima iniziativa proprio alla vigilia dei giorni in cui passerà per le città emiliane.

E’ un pellegrinaggio guidato da Yeb Sano, già negoziatore delle Filippine per i cambiamenti climatici, che arriverà a Parigi in tempo per la XXI Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima (COP21).

Qui molte notizie.

Ci sono vari modi per partecipare: coi social network (#ognipassoconta #unaterraunafamiglia e #peoplespilgrimage), con il sostegno economico, facendo qualche passo coi pellegrini e non ultimo quello di leggersi i numerosi materiali di approfondimento che il sito propone.

Qui dettagli sulla tappa modenese


Appuntamenti per il 5-6 settembre 2015

1 settembre 2015

Di ritorno dalle ferie, dopo una estate caldissima e da record di temperature, ripartiamo con  le segnalazioni di  appuntamenti interessanti per chi si vuole informare sui temi della Transizione.

Sabato 5 nell’ambito di un evento promosso dal Movimento 5 Stelle di Carpi sul tema del lavoro, il nostro amico Luca “Locco” Severi interverrà su un progetto di autosufficienza alimentare da raggiungere nell’arco di qualche anno nella frazione di Cortile di Carpi, scelta per una serie di ragioni che lui stesso spiegherà. Il tema è molto transizionista e la proposta potrebbe rappresentare un laboratorio per il nostro territorio. Come noto, le iniziative di Transizione cercano di lavorare con tutte le realtà presenti nella propria zona che propongano o mettano in atto azioni per l’aumento della resilienza e della riduzione delle emissioni di CO2 senza per questo appoggiare uno specifico partito o movimento politico.

Domenica 6 settembre, presso l’oasi WWF La Francesa di Fossoli, nell’ambito della 10° Giornata per la Custodia del Creato, si terrà una conferenza all’aria aperta sul tema “Laudato Sì – Una casa comune da custodire per andare oltre al crisi ecologica”, in cui verranno esposti  i contenuti della recente Enciclica scritta da Papa Francesco.  A seguire, liberazione di fauna selvatica a cura dei volontari dell’oasi. Saranno inoltre possibili le usuali attività dell’oasi.

Le locandine di entrambi gli eventi:

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Bilancio di fine estate (meteorologica)

1 settembre 2015

Testo preso da Osservatorio Geofisico del Dipartimento d’Ingegneria Enzo Ferrari, Università di Modena.

Modena si lascia alle spalle il sesto agosto più caldo della sua storia con 26.8°C di media. Ma il bilancio dell’estate 2015 secondo le analisi condotte dall’Osservatorio Geofisico del Dipartimento di Ingegneria “Enzo Ferrari” – DIEF di Unimore assegna con 26.9°C di media al trimestre giugno-agosto il terzo gradino più alto della serie relativa agli ultimi 186 anni. Da mercoledì 2 settembre, con l’arrivo di correnti più fredde e instabili, le temperature tuttavia si abbasseranno fino a 25-26° C di massima.
Puntualmente passato il 31 agosto, data che per gli esperti coincide con la fine dell’estate meteorologica, l’Osservatorio Geofisico del Dipartimento di Ingegneria “Enzo Ferrari” – DIEF di Unimore redige il suo dettagliato rapporto contenente le principali considerazioni sull’andamento climatico della stagione appena trascorsa.
“E i primi dati – attacca il meteorologo Luca Lombroso dell’Osservatorio Geofisico universitario di Modena – confermano, semmai ce ne fosse bisogno, che è stata un’estate <di fuoco>, un’estate che poco più di una decina di anni fa sarebbe stata <impensabile>, in base alle statistiche fino ad allora disponibili. Poi, qualcosa è cambiato, non solo nel clima globale ma anche in quello locale, col preoccupante ripetersi di estati <hyperestreme>”.
Il mese di agosto presso la stazione storica dell’Osservatorio Geofisico di Modena posta sul torrione orientale del Palazzo Ducale di Modena, dove da 186 anni si raccolgono preziosi e rigorosi dati, si conclude con una temperatura media mensile di 26.8°C. E questo fa sì che quello che sembrava forse ad alcuni, dopo il luglio rovente, un mese “fresco e piovoso”, sia invece risultato nettamente superiore alla media climatica di riferimento del trentennio 1981-2010, che è di 24.9°C, tanto da risultare come il 6° agosto più caldo di sempre a Modena. La “classifica” vede al vertice l’agosto 2003 con 29.4°C (recentemente uguagliato come mese più caldo assoluto dallo scorso luglio), quindi nell’ordine 2012 (Tmed 28.3°C), 2011 (27.9°C), 2009 (27.2°C)e 1994 (27.0°C). “Prima del 1994 – commenta Luca Lombroso – il mese di agosto non superò mai i 26.2°C di media mensile e la climatologia indicava in 23.6°C la media tipica del mese”.
Estendendo l’esame al trimestre estivo (1 giugno – 31 agosto), la media di temperatura a Modena, sempre presso la stazione storica, è risultata di 26.9°C, che costituisce la terza estate più calda in assoluto degli ultimi 186 anni. Davanti stanno, oltre all’estate del 2003 con 28.0°C, quella del 2012, che ci ha lasciati con 27.3°C di temperatura media. “Tutto il podio – fa notare Luca Lombroso – è formato da estati recenti che possiamo definire <hyperestreme>, una nuova realtà con cui stiamo facendo i conti in questo XXI secolo. Al proposito basti ricordare che fino a tutto il 1998, in quella che fu un’estate molto calda e allora da record, la media della stagione non superò mai i 25.6°C. Mentre, il valore climatologico estivo non dovrebbe superare i 24.3°C”.
Negli ultimi 10-15 anni – fanno sapere dall’Osservatorio Geofisico di Unimore – è come se fosse scattato un termostato: il cambiamento di temperatura estiva, infatti, non solo, a Modena ma anche in regione, in Italia e nel mondo, è stato brusco e repentino. “Per dare un’idea del cambiamento in atto, – fa sapere Luca Lombroso – fino al 1990 occorre ricordare che la temperatura media estiva era di 23.1°C. Un’estate, normale per gli anni 1990, oggi farebbe parlare di <anno senza estate>!. Chissà poi cosa penserebbero delle estati di oggi i nostri trisnonni, poiché a inizio 1900 la temperatura media estiva a Modena era di soli 22.5°C!”
Previsione. L’estate ha avuto un colpo di coda finale, in cui le temperature negli ultimi giorni sono tornate oltremodo elevate, ben sopra i trenta gradi: lunedì 31 agosto si sono registrati 33.6°C in Piazza Roma a Modena, 35.8°C alla stazione del Campus DIEF di Modena e 35.4°C a Reggio Emilia nella stazione del Campus universitario San Lazzaro. E’ comunque l’ultimo acuto del caldo africano, perché da mercoledì 2 settembre correnti più fredde e instabili abbasseranno le temperature e riporteranno alcuni rovesci e temporali. “Ma per quanto riguarda le nostre zone – avverte l’esperto Luca Lombroso – è eccessivo parlare di arrivo dell’autunno, in quanto le temperature scenderanno, riportandosi un po’ a fatica vicine a valori tipici della stagione, intorno a 25-26°C nelle massime soprattutto a partire da venerdì 4 settembre”. Anche le piogge non saranno diffuse e continue, ma irregolari.


Sovvertire la “nuova normalità” meteorologica

12 luglio 2015

Articolo del 9 luglio 2015

Partendo dai tragici eventi di Mira apriamo una discussione attorno all’odierno modello di sviluppo e le conseguenze che genera

di Chiara Spadaro

Dobbiamo adattarci a una “nuova normalità”. La chiama così il meteorologo Luca Lombroso, per farci capire che i cambiamenti climatici e le loro conseguenze sulla vita sono una realtà con cui dobbiamo fare i conti. Si tratta di una condizione “irreversibile. Il danno è già stato fatto”, dice.

Una testimonianza concreta e tragica di quello che significa ha sconvolto ieri sera la Riviera del Brenta, tra Padova e Venezia. Una violenta tromba d’aria – classificabile EF4 secondo l’Arpav, nella scala Enhanced Fujita che va da 0 a 5 – ha distrutto case e ville venete tra Dolo, Mira e Pianiga, facendo un morto a Sambruson, un ferito grave, e circa novanta feriti.

15 milioni di euro i danni stimati dal sindaco di Pianiga, Massimo Calzavara; 300 le case e una decina le ville venete danneggiate (Villa Fini di Dolo è stata letteralmente rasa al suolo). “Impatto peggiore dell’alluvione 2010” twitta il governatore del Veneto, Luca Zaia, che ha decretato lo stato di crisi e chiesto di accedere al fondo nazionale della Protezione civile.

Ma non si tratta di un caso isolato. Aprendo stamattina le pagine web dei quotidiani locali si leggevano tre titoli uno dopo l’altro: “Tromba aria nel veneziano, un morto e feriti”; “Frana su strada vicino Cortina”; “Romeno muore per colpo di calore”. Le conseguenze dei cambiamenti climatici sono sotto gli occhi di tutti, quotidianamente.
Nemmeno la tromba d’aria della Riviera del Brenta è una novità, spiega Lombroso. “Questi fenomeni, tipici delle medie latitudini, si formano quando si presentano contemporaneamente alcune particolari condizioni climatiche: l’aria calda e umida, l’ingresso di aria fredda in quota (la cosiddetta “ondata di caldo”) e la confluenza di venti da nordest, la bora, con i venti caldi dall’Adriatico”. E anche la traiettoria seguita dalla tromba d’aria di ieri sera è simile a quella di altri episodi: partita dalla terraferma, si è spostata verso il mare.
Un percorso lungo il quale, però, oggi si incontrano molti più “ostacoli” di un tempo. “Sta cambiando la frequenza di questi fenomeni e il fatto che oggi trovano molte più cose da distruggere”. Edifici e strutture che non sono pronti a subire questi attacchi, continua Lombroso: “Il nostro tessuto urbano non è predisposto ad affrontare queste situazioni, come è invece negli Stati Uniti, dove la comunità si è organizzata per far fronte a un fenomeno che ci si aspetta. Questo vale sia per le case e le opere pubbliche minori, che per le grandi opere. Il progetto del Mose, per fare un esempio, non tiene conto di questi mutamenti in corso, del fatto che il clima sta cambiando e continuerà a farlo”.

E’ un dato ormai inarrestabile, davanti al quale è possibile, secondo Lombroso, intraprendere solo due strade: “Imparare a convivere con questi fenomeni, attrezzandosi, e dall’altro, evitare che peggiorino. Immaginate che tra 50 anni, continuando così, queste ondate di caldo potrebbero sembrare ondate di fresco”.
Una “normalità” che dobbiamo, tuttavia, mettere in discussione, portando una forte critica al sistema che ha prodotto questa realtà e trovando delle vie d’uscita che portino altrove. Ci uniamo all’appello della rete dei comitati della Riviera del Brenta, Opzione Zero, che chiede un’assunzione di responsabilità: “Basta parlare di tragiche fatalità”. L’uso smoderato di combustibili fossili e lo spreco delle risorse naturali, il consumo di suolo e la cementificazione della nostra Regione sono tra le cause che hanno portato all’aumento della frequenza e della violenza di questi fenomeni climatici estremi. “Il consumo di suolo e l’impermeabilizzazione delle superfici, oltre a rendere il territorio più vulnerabile dal punto di vista idraulico, favoriscono anche la formazione delle cosiddette “isole di calore urbano”, un aumento della temperatura dell’aria sopra le zone più cementificate che va ad alimentare proprio le trombe d’aria – si legge nel comunicato di Opzione Zero -. Insistere con le trivellazioni per estrarre petrolio, favorire la costruzione di nuove autostrade, dare via libera ad operazioni come Polo Logistico a Dogaletto o Veneto City significa riproporre politiche vecchie, inadeguate, e soprattutto irresponsabili”.

Si avvicina la Conferenza internazionale sul clima, COP 21, che si terrà a Parigi il prossimo dicembre, sul quale possiamo fare una facile previsione. Al nulla di fatto che viene dai Governi nazionali possiamo però contrapporre le tante esperienze già in atto che praticano un’alternativa a tutela del territorio. A partire da queste voci locali, è necessario arrivare a una mobilitazione corale e una proposta concreta che, a partire dalla messa in discussione dei nostri stili di vita e di un modello di sviluppo onnivoro, possa rovesciare questa “normalità” e aprire nuove prospettive per un’altra economia che guardi, prima di tutto, al benessere e al futuro del Pianeta.


La città futura a prova di clima

26 febbraio 2014

I tragici momenti vissuti da alcuni dei nostri vicini abitanti del modenese durante l’alluvione dello scorso gennaio ci hanno purtroppo fatto toccare con mano  l’effetto combinato del cambiamento climatico E della scarsa (o nulla) manutenzione delle infrastrutture del territorio (non l’una O l’altra, ma l’una E l’altra).

Sono temi che, lentamente, stanno entrando nel dibattito pubblico a vari livelli. Pian piano ci si rende conto che la parola d’ordine è “adattamento” o se volete “resilienza”. Se ne era già accennato con questo articolo del New York Times; pubblichiamo ora il link a questo articolo uscito su Repubblica, il 16 febbraio, dal titolo “La città a prova di clima”.


Imparare a riprendersi – Articolo sulla resilienza, di Andrew Zolli

3 dicembre 2012

Qualche settimana fa è stato pubblicato sul New York Times un articolo di Andrew Zolli, studioso di scenari futuri e autore di un libro dal titolo “Resilience – Why things bounce back“.

Partendo dai danni causati dall’uragano Sandy, l’articolo parla di resilienza e di come le nostre città e le nostre comunità dovranno essere riorganizzate per poter affrontare eventi imprevedibilie, di natura climatica, naturale o sociale. Se negli ultimi decenni si è data molta importanza alla “sostenibilità”, ciò è avvenuto a scapito della “resilienza” e si dovrebbe d’ora in poi integrare i due punti di vista nel progettare e nell’organizzarsi.

Ecco una mia traduzione dell’articolo:

Imparare a riprendersi velocemente, di Andrew Zolli, pubblicato sul New York Times del 2 novembre 2012.

Per molti anni, le persone che si occupano dei grandi problemi del mondo, argomenti legati tra loro come il degrado ambientale, la povertà, la sicurezza del cibo e i cambiamenti climatici, hanno sostenuto tutti insieme la bandiera della “sostenibilità” ossia l’idea che con il giusto mix d’incentivi, sostituzioni di tecnologie e cambiamenti sociali, l’umanità potesse finalmente raggiungere un duraturo equilibrio con il pianeta e tra gli uomini stessi.

E’ un punto di vista molto attraente ed etico, e in un anno in cui si è avuto il mese più caldo mai registrato nella storia degli Stati Uniti (Luglio), la siccità nel Midwest che ha fatto precipitare più di metà del Paese in uno stato di emergenza, un’ondata di caldo nella parte est del Paese così potente da sciogliere l’asfalto sotto i jet in partenza all’aeroporto e infine la devastazione portata dall’uragano Sandy, sembrerebbe anche molto pressante e attuale.

Eppure oggi, proprio perché il mondo è sempre più lontano dall’equilibrio, il concetto di sostenibilità è silenziosamente messo in discussione, non da fuori ma da dentro. Tra un crescente numero di scienziati, innovatori sociali, leaders locali, organizzazioni non governative, benefattori, governi e grandi aziende, sta emergendo una nuova discussione che verte su una nuova idea: la resilienza, ossia come aiutare la popolazione, le organizzazioni e i sistemi vulnerabili a resistere e persino a prosperare in seguito a imprevedibili eventi distruttivi. Laddove la sostenibilità vuole rimettere il mondo in equilibrio, la resilienza esplora i modi in cui gestire un mondo che non è in equilibrio.

E’ un programma molto ampio che da una parte cerca di costruire dentro le nostre comunità, istituzioni e infrastrutture una maggiore flessibilità, intelligenza e capacità di rispondere prontamente a eventi estremi, dall’altra si basa sul sostenere e accentuare le capacità dei singoli di gestire psicologicamente e fisiologicamente circostanze molto stressanti.

Per esempio, il pensare in termini di resilienza sta iniziando a influenzare il modo in cui gli urbanisti nelle grandi città progettano l’ammodernamento di infrastrutture ormai datate, gran parte delle quali sono ancora robuste e resistenti a eventi noti, come ad esempio la rottura di qualche impianto, ma, come è stato dimostrato nella zona di New York, sono fragili in caso di eventi traumatici non previsti, come inondazioni, pandemie, attacchi terroristici o mancanza di energia.

Contrastare questi tipi di devastazioni non significa semplicemente costruire muri più alti, bensì saper accogliere i colpi distruttivi. Per eventi meteorologici estremi, questo vuol dire costruire quel tipo d’infrastrutture che comunemente associamo all’Esercito: ponti temporanei che possano essere gonfiati o posti sui fiumi quando le gallerie sotterrane sono allagate o, ad esempio reti wireless del tipo mesh o microgriglie per l’energia elettrica che possano sostituire i trasformatori fuori uso.

Anche la natura può essere considerata come un’infrastruttura. Lungo il Golfo del Messico, i governanti delle comunità locali hanno iniziato a considerare seriamente l’azione di ripristino delle zone umide che fungono da indispensabile tampone contro gli uragani. La New York del futuro potrebbe essere circondata anch’essa da zone umide proprio come lo era qualche secolo fa.

L’uragano Sandy ha colpito New York più duramente nelle zone in cui si è intervenuto più di recente a recuperare l’esistente: Lower Manhattan, che a rigor di logica avrebbe dovuto essere la zona meno vulnerabile dell’isola. Ma è stata ricostruita per essere “sostenibile” non “resiliente”, sostiene Jonathan Rose, un urbanista.

“Dopo l’undici settembre, Lower Manhattan conteneva il più alto numero di edifici ambientalmente sostenibili, con le relative certificazioni” egli prosegue. “Quella però era una risposta solo a una parte del problema. Gli edifici erano progettati per avere un più basso impatto sull’ambiente, ma non per rispondere agli impatti dell’ambiente” come ad esmepio avere un sistema elettrico di riserva.

La mentalità della resilienza invece descrive non solo come gli edifici affrontano le tempeste, ma anche come le persone le affrontano a loro volta. In questo campo gli psicologi, i sociologi e i neuroscienziati stanno man mano scoprendo un ampio spettro di fattori che rendono una persona più o meno resiliente della persona a fianco: l’accesso alla propria rete di conoscenze, la qualità delle relazioni più strette, l’accesso alle risorse, il patrimonio genetico, lo stato di salute, le proprie credenze, opinioni e abitudini.

Sulla base di queste intuizioni, questi ricercatori hanno sviluppato dei regimi di allenamento, profondamente basati su pratiche contemplative che stanno già aiutando gli addetti alla gestione delle emergenze, dei pronto soccorsi e anche i  militari a gestire periodi di stress elevato, diminuendo l’intensità e la gravitò dello stress post-traumatico che può seguire. I ricercatori della Emory University hanno dimostrato che pratiche simili possono sostenere e far aumentare la resilienza psicologica e fisiologica dei bambini in affido. Questi strumenti dovranno sempre più diffusi per far si che si possa meglio preparare la popolazione a eventi catastrofici, non solo fisicamente ma anche mentalmente.

C’è poi un terzo grande settore dove ci sarà in futuro molta più resilienza, quello dei servizi mobili e delle banche dati. Già ora, il Servizio di rilevamento geologico degli Stati Uniti sta testando un sistema che connette i propri  sismografi a Twitter; quando viene registrato un terremoto, il sistema inizia in automatico a controllare i social media per verificare se ci siano segnalazioni dalle aree colpite riguardo a incendi o altri danni.

Sistemi simili sono stati usati per analizzare quanto pubblicato nei blog e nei siti di news per cercare i primi segnali di pandemie come ad esempio la Sars. Gli attivisti-hackers stanno esplorando i modi per estendere le possibilità del sistema 311 (NB sistema analogo al 911 ma dedicato alle richieste non di emergenza) per aiutare e persone non solo a contattare gli uffici pubblici ma anche a organizzarsi autonomamente tra loro in caso di crisi.

Capovolgendo i nostri stereotipi riguardo al flusso dell’innovazione, molti degli strumenti più importanti per la resilienza arriveranno dai paesi in via di sviluppo, che da tempo hanno dovuto imparare a fare i conti con eventi distruttivi di larga portata e con poche risorse economiche. In Kenya, Kilimo Salama, un programma assicurativo per piccole aziende agricole, usa sensori meteorologici wireless per aiutare i contadini a proteggersi finanziariamente dalla mutevolezza del clima.   In India Husky Power Systems converte gli scarti agricoli in elettricità a servizio dei villaggi non collegati alla rete elettrica principale. Un servizio chiamato Ushahidi permette a comunità sparse per tutto il mondo di mettere in comune informazioni tramite i telefoni cellulari in caso di evento di crisi.

Nessuna di queste è una soluzione permanente e nessuna sradica alla base i problemi che affronta. Ma ciascuna contribuisce a far si che una comunità  vulnerabile possa contrastare certi shocks che, soprattutto in certi settori sociali marginali, possono essere devastanti. Al posto di grandi disegni generali, questi approcci offrono strumenti e servizi che permettono un maggior auto-affidamento, più cooperazione e creatività prima, durante e dopo una crisi.

Tutto questo suona molto saggio, eppure passare dalla sostenibilità alla resilienza fa sentire molti ambientalisti di vecchio stampo e molti attivisti non a loro agio, dato che puzza un po’ di “adattamento” una parola che è ancora un tabù per molti. Il loro ragionamento è che se ci adattiamo ai cambiamenti anche quelli non desiderabili, è come se esonerassimo i responsabili dei problemi che subiamo dalle loro responsabilità perdendo in questo modo l’autorità morale per far pressione su di loro affinché risolvano tali problemi. E’ meglio, argomentano , mitigare il rischio all’origine.

In un mondo perfetto questo è sicuramente vero, così com’è senz’altro vero che il modo meno costoso per reagire a un evento catastrofico è in primo luogo di prevenirlo. Ma nel mondo reale, persone e popolazioni vulnerabili sono già colpite da caos e distruzioni. Esse hanno bisogno di soluzioni concrete, anche se imperfette, per vedersi garantito un futuro equo.

Sfortunatamente, la politica del movimento della sostenibilità, per non parlare dei suoi metodi di marketing, ha portato a un fraintendimento molto comune: che sia possibile raggiungere uno stato di equilibrio perfetto, come se qualcosa venisse “congelato” in un momento definito. Ma il mondo non funziona in quel modo: esso esiste in costante disequilibrio – provare, fallire, adattarsi imparare ed evolvere in infiniti cicli. Sono proprio i fallimenti, quando ben studiati e compresi, che creano il giusto contesto per apprendere e crescere. Questo è il motivo per cui i posti più resilienti sono, paradossalmente, quelli che hanno di quanto in quanto l’esperienza di un qualche grado di scombussolamento: in essi si trasmette la memoria condivisa che qualcosa di traumatico può accadere.

La mentalità resiliente parte da questo, dandolo per assodato, ed è in conseguenza umile. Non propone per il futuro un unico scenario già delineato nei particolari. Essa assume anzi che non sappiamo di preciso come andranno le cose, che ne saremo sorpresi e che faremo degli errori nel percorso. E’ anche aperta a studiare la straordinaria e così diffusa resilienza del mondo naturale, compresi i suoi abitanti, qualcosa che molti fautori della sostenibilità hanno, contrariamente al senso comune, ignorato.

Ciò non significa che non ci sono dei veri malfattori e delle cattive idee all’opera nel mondo, o che non dovremmo fare alcuna azione per prevenire i rischi. Dobbiamo però anche riconoscere che le guerre di religione contro “i cattivi” non hanno funzionato e non sembra probabile che daranno risultati presto. Al loro posto abbiamo bisogno di approcci che siano allo stesso tempo più pragmatici e più politicamente inclusivi, che ci mettano in grado di muoverci sufficientemente bene sulle onde, invece di tentare di fermare l’oceano.


Terremoti e cambiamenti climatici

1 settembre 2012

Domani sera andiamo alla conferenza
Verità scientifiche e leggende metropolitane
alla festa del PD di Modena.

Intervengono Daniela Fontana, Luca Lombroso e Marco Mucciarelli.

(faremo le domande più impertinenti 🙂

Chi vuole venire con noi faccia un fischio a me o ad Andrea.