Il mito dell’autosufficienza

Qualche tempo fa abbiamo pubblicato un articolo di Toby Hemenway, che descriveva le esperienze dell’autore riguardo alle differenze tra campagna e città in termini di resilienza personale.

Lo stesso autore ha pubblicato di recente un altro articolo interessante in cui parla di come possiamo impegnarci da subito per aumentare la nostra resilienza, o meglio la resilienza delle nostre comunità

Lo abbiamo tradotto come spunto di riflessione e stimolo sia per chi si sente già sensibilizzato, affinché possa proseguire nel proprio percorso in maniera efficace, senza sprecare energie, sia per chi si sente scoraggiato e in qualche modo bloccato di fronte alla mole dei cambiamenti da fare nella propria vita. Un avvertimento: nell’articolo si parla a un certo punto di zone, ossia di un concetto chiave della permacultura. Ci pare che il passaggio sia chiaro ma in caso di dubbi proveremo a rispondere o chiederemo a qualcuno più esperto di noi. Buona lettura!

Il mito dell’autosufficienza

di Toby Hemenway, pubblicato su Energy Bulletin il 2 Novembre 2010

Tempo fa un illustre permacultore spedì un gran numero di email allo scopo di cercare progetti dove le persone fossero pienamente autosufficienti nel procurarsi il cibo, il vestiario, la casa, l’energia e per quanto riguarda le necessità sociali. Eccolo lì il “mito dell’autosufficienza”, messo in evidenza da uno dei più conosciuti permacultori nel mondo. In molti gruppi di permacultura negli Stati Uniti l’idea che qualcuno possa essere completamente autosufficiente è stata abbandonata già da tempo e il concetto un po’ più mitigato del “fare affidamento su sé stessi, far da sé” l’ha sostituita. Ma anche “far da sé” è appena possibile e, a meno che non sia un modo per esprimere la tensione a liberarsi dalle catene del consumismo, non trovo che sia una condizione desiderabile.

Ho fatto qualche ricerca in Google è ho trovato che “autosufficiente” è uno dei principali obiettivi da raggiungere in molti dei principali siti dedicati alla permacultura.

Vorrei chiarire meglio quella frase. Il mio dizionario dice che “autosufficiente” significa “capace di sostenersi senza aiuti esterni”. Chi vive senza “aiuti esterni”? Nessuno.
Approfondiamo un po’ la questione. Sul significato di “autosufficiente riguardo al cibo” la maggior parte di noi potrebbe concordare: procurarsi il 100% del cibo dalla propria terra e col proprio lavoro. Non ho mai incontrato nessuno che lo faccia, completamente. Sono sicuro che ci saranno delle persone che lo fanno. Ma anche chi pratica l’agricoltura di sussistenza, per procurarsi il cibo, di solito coltiva alcuni raccolti da vendere per comprare poi altro cibo che non è conveniente produrre direttamente.

Ho sentito alcuni dichiarare che si producono il 30%, 50% o anche il 70% del proprio cibo. Quello che intendono dire è che coltivano frutta e verdura che rappresentano quelle percentuali nella spesa totale per il cibo, o nel peso, ma non nelle calorie del cibo stesso. Le verdure sono ricche d’acqua e quindi pesano molto, ma apportano poche calorie. Se anche uno coltiva il 100% delle verdure che consuma, queste rappresentano comunque il 15-20% delle calorie giornaliere, a meno che non si scelga di vivere principalmente di patate o altri ortaggi amidacei. Gran parte delle calorie quotidiane derivano dai cereali, dalla carne e dai latticini. Se non si coltivano cereali su larga scala o animali, è molto difficile che si riesca a produrre più di un quarto del proprio cibo, misurato in maniera corretta in base a parametri nutrizionali. In questo caso non è giusto dire che si è auto sufficienti al 70% riguardo al cibo. Se una persona ricava la maggior parte delle calorie che consuma dalla propria terra, è quasi certamente un agricoltore a tempo pieno e io lo rispetto per il duro lavoro e l’impegno. Adesso si vede più chiaramente quanto sia difficile e forse non proprio desiderabile essere autosufficienti. Non avremmo tempo per molto altro, se fossimo davvero autosufficienti per il cibo, anche in un sistema permaculturale.

Ma se anche producessimo tutto il nostro cibo, potremmo affermare di essere autosufficienti se non producessimo anche tutte le sementi utilizzate? Se non garantissimo da soli la fertilità del suolo? E gli attrezzi per le coltivazioni e il combustibile da dove arrivano? I permacultori capiscono bene al pari di tanti altri quanto profondamente il nostro modo di vita è interconnesso, è legato. In quale situazione si può affermare di essere distaccati dalla comunità umana riguardo a qualcosa? Esiste un modo per essere completamente autosufficienti riguardo alla produzione del proprio cibo?

E passiamo poi brevemente a esaminare la questione dell’abbigliamento, della casa e dell’energia. Anche se cucissimo tutti i nostri vestiti, potremmo coltivare il cotone o allevare le pecore? Se lavorassimo il legname o la roccia per costruire una casa, saremmo anche in grado di forgiare il vetro e produrre i fili elettrici? Anche in una casa a consumo zero, quale gruppo di persone, tra ingegneri e aziende specializzate, ha fabbricato i pannelli solari? Noi dipendiamo da loro.

Affermare di essere autosufficienti in quasi tutto è un insulto e un modo di ignorare il gran numero di persone al lavoro delle quali facciamo riferimento. Negli Stati Uniti i permacultori sono un gruppo politicamente corretto e per questo divenne subito chiaro ad alcuni di noi che la “autosufficienza” non era solo impossibile, ma era un metaforico schiaffo a tutti quelli grazie al cui sudore e lavoro noi possiamo avere il nostro attuale livello di vita e inoltre era un modo per portare avanti l’etica del “cowboy”, che pone l’individuo da solo al centro dell’universo. Per questo il termine si trasformò gradualmente in “fare affidamento su sé stessi”, per dimostrare che noi sappiamo bene di dipendere gli uni dagli altri ma scegliamo di appoggiarci un po’ meno agli altri e un po’ di più a noi stessi.

Nella sua migliore accezione, “fare affidamento su di sé” significa imparare delle abilità per soddisfare i nostri bisogni primari, in modo da poter abbandonare i prodotti derivanti da industrie non etiche o distruttive. Ma io ritengo che ci sia molto meno bisogno di persone che fanno affidamento su sé stesse e molto più di comunità che fanno affidamento su sé stesse, nelle quali non tutti sanno come cucire o coltivare, ma ci sono indumenti e cibo per tutti.

C’è ancora un forte pregiudizio nel mondo della permacultura, come si vede navigando tra i siti internet e leggendo le email, sul fatto che fare tutto da sé e sulla propria terra sia il migliore e più nobile percorso. Così facendo, le nostre abilità ci rendono meno dipendenti dai monopoli delle grandi industrie, quindi vale la pena di sviluppare le capacità che noi pensiamo ci aiutino a fare affidamento in noi stessi. Però, più ci limitiamo a fare quello che possiamo fare da soli, più le nostre opportunità diminuiscono. Ogni relazione che stabiliamo al di fuori di noi ci arricchisce. Quando costruiamo una rete di interdipendenze, noi diventiamo più ricchi, più forti, più stabili e più saggi. Perché non dovremmo voler fare affidamento sugli altri? Se esaminassimo a fondo questa questione, saremmo inghiottiti da una spirale infinita, ma un motivo potrebbe essere basato sull’idea che gli altri siano inaffidabili e immorali e che noi ci indeboliamo se creiamo delle interdipendenze. Il vecchio modo di dire “se vuoi una cosa fatta bene, fattela da te” semplicemente dimostra le scarse abilità manageriali di chi lo ripete.

Se siete ancora scettici, vi citerò adesso un brano dal libro di Mollison, Introduzione alla Permacultura, “Noi possiamo iniziare a svolgere un qualche ruolo nella produzione del cibo. Questo non implica che dobbiamo tutti coltivare le patate, ma può implicare che le compriamo direttamente da una persona che le coltiva già, in modo responsabile. Infatti per una persona sarebbe probabilmente meglio organizzare un gruppo di acquisto nel proprio quartiere che coltivare le proprie patate”.

Larry Santoyo, un permacultore ormai esperto afferma che nel cercare di soddisfare i propri bisogni bisogna pensare alle più ampie generalizzazioni. Dire “Devo coltivarmi il cibo” è molto limitante mentre dire “Devo procurarmi il cibo in modo responsabile” apre a una vasta serie di diverse possibilità per farlo, entro le quali si può scegliere quella più stabile e appropriata alla situazione. Gli sforzi delle singole persone sono spesso meno stabili e resilienti che quelli delle comunità. E in più sono indice di una scarsa progettazione: il far affidamento solo in sé vuol dire che una funzione fondamentale è praticata solo in un modo. Se uno si produce tutto il cibo da sé e a un certo punto si infortuna, si trova ben presto immobilizzato e affamato a guardare da una carrozzella il proprio raccolto seccarsi. Questo non succede in una comunità di coltivatori. Per quelli poi che prospettano un imminente collasso sociale, si aggiunga che eventuali criminali erranti sarebbero molto favoriti nel depredare il raccolto di una singola persona e molto meno nell’assaltare un campo protetto da un gruppo di agricoltori forti e armati di forconi, in grado di stare in guardia ventiquattro ore su ventiquattro.

Il processo di creare una fiducia nella comunità ci fornisce anche un esempio del concetto delle zone in permacultura: la zona zero in questo senso è la nostra casa, la nostra terra; la zona uno è il collegamento con le altre persone e le altre famiglie, la zona due è il collegamento con le attività commerciali nel nostro quartiere o città, la zona tre con le attività economiche e organizzazioni di livello regionale e la zona quattro con le organizzazioni più grandi o più distanti. Perché volersi limitare alla zona zero? Possiamo riorganizzare la nostra vita quotidiana in modo tale che la necessità di andare nella zona quattro, ad esempio per comprare prodotti derivati dal petrolio o costituiti da metalli, sia limitata. Questo contribuisce a formare una comunità forte.

Il far conto unicamente su sé stessi non fa sì che si crei il capitale sociale, una risorsa davvero rinnovabile che aumenta solo quando viene utilizzata. Perché non volersi mettere in relazione con la propria comunità in tutti i modi possibili? Se non diamo una mano a soddisfare le necessità della comunità, è più probabile che i nostri vicini frequentino i grandi supermercati o i negozi delle grandi industrie.

Una cieca fiducia nell’idea di dover contare solo su se stessi è un mito distruttivo e fuorviante che finisce per favorire quelli che cercano di indebolire le comunità, togliendo ai loro abitanti la possibilità di decidere.

Se amate fare gli agricoltori, allora coltivate tutto il vostro cibo e vendetene una parte per poter soddisfare le vostre altre necessità, in un modo che aiuti la vostra comunità. C’è davvero differenza tra un agricoltore che scambia il frutto del proprio lavoro, cibo, con beni o denaro e io che vendo il prodotto del mio lavoro, formazione intellettuale, con beni o denaro? Entrambi stiamo scambiando la nostra energia all’interno di un sistema che ci sostiene, e mi piace pensare che stiamo tutti e due facendo scelte etiche e sagge.

Un buon sistema in permacultura è quello che fornisce a tutti i suoi abitanti ciò di cui hanno bisogno in modo responsabile ed ecologicamente compatibile. Non c’è nessun principio in permacultura che dica che è importante che tutto il raccolto, tutto ciò che si produce, derivi dall’insediamento di chi progetta il sistema. La permacultura dice semplicemente che tutti i nostri bisogni devono essere affrontati e soddisfatti entro il nostro progetto, non entro la nostra terra o la nostra casa. Questo progetto può – anzi deve – includere anche relazioni al di fuori della nostra casa. Un agopunturista il cui reddito sia fornito dalla propria comunità e i cui bisogni siano soddisfatti per la maggior parte entro la comunità da fonti che ritiene etiche, mette in pratica un eccellente progetto di permacultura. Che sarà più solido se i bisogni e i prodotti sono in relazione con quanti più elementi esterni.

È molto permaculturale sviluppare abilità che ci connettano sempre più profondamente alla terra, alla nostra casa e alla nostra comunità. E spesso succede che ciò che impariamo per poter di contare di più su noi stessi è proprio ciò che ci fa anche contare di più sulla comunità. Il contare solo su di sé, come obiettivo in sé, è ormai un mito vecchio e stanco che deve morire. Non è permaculturale.

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18 risposte a Il mito dell’autosufficienza

  1. Simone Martini ha detto:

    Quante xxxxxxxxx…

  2. Cecilia ha detto:

    Perchè? A cosa ti riferisci?

  3. Simone Martini ha detto:

    🙂 Mi riferisco a frasi come:

    ” Il mio dizionario dice che “autosufficiente” significa “capace di sostenersi senza aiuti esterni”. Chi vive senza “aiuti esterni”? Nessuno.”

    ” Negli Stati Uniti i permacultori sono un gruppo politicamente corretto e per questo divenne subito chiaro ad alcuni di noi che la “autosufficienza” non era solo impossibile, ma era un metaforico schiaffo a tutti quelli grazie al cui sudore e lavoro noi possiamo avere il nostro attuale livello di vita”

    “Se non diamo una mano a soddisfare le necessità della comunità, è più probabile che i nostri vicini frequentino i grandi supermercati o i negozi delle grandi industrie.
    Una cieca fiducia nell’idea di dover contare solo su se stessi è un mito distruttivo e fuorviante che finisce per favorire quelli che cercano di indebolire le comunità, togliendo ai loro abitanti la possibilità di decidere.”

    “Il contare solo su di sé, come obiettivo in sé, è ormai un mito vecchio e stanco che deve morire. Non è permaculturale.”

    Non solo è una lettura poco interessante, ma è anche fuorviante e offensiva.
    Intanto dà una definizione sbagliata del concetto di autosufficienza.

    Wikipedia: “Il concetto e la filosofia della autosufficienza si riferisce alla condizione di persone, abitazioni, città, meccanismi, società, sistemi industriali, nazioni che non richiedono (oppure hanno stabilito di non richiedere) nessun aiuto esterno, sostegno, o (nei casi più estremi) interazioni di tipo commerciale o diplomatico, questo con lo scopo di garantire un livello di benessere costante (forse basso) non condizionato da fattori o da nazioni esterne; si tratta dunque di una forma estrema di autonomia personale o collettiva.”.

    Wikipedia non è un testo sacro, ma dice delle cose interessanti. Per esempio che l’autosufficienza può essere perseguita o mantenuta non solo su più livelli di interazione, ma anche di organizzazione. Si parte dal singolo individuo, fino ad arrivare ad una nazione, o ad un insieme di nazioni.
    E’ un po’ come il concetto di sostenibilità. Di per se anche la vita sulla terra è insostenibile. Ad un certo punto dovrà sparire. Non per questo il concetto di sostenibilità è da scartare.
    Prendiamo una nazione, uno stato che abbia abbastanza terre non solo per sfamare la propria popolazione, ma anche da destinare alla selvicoltura, e quindi che abbia abbastanza legna da usare come materia prima e combustibile, e foreste e prati a sufficienza per la conservazione della biodiversità. Ecco, questa potrebbe essere una forma di autosufficienza,e renderebbe più forte una nazione.
    Noi poi siamo animali sociali, questa è una cosa che non si può cambiare. Saremo sempre organizzati in un qualche modo, e anche in forme complesse… ci sarà sempre posto per uno come Toby che vende formazione intellettuale. Così come dev’esserci posto per una minoranza che per qualche motivo decide di vivere in totale autonomia, e autosufficienza. E non è una cosa impossibile. Nelle forme più estreme probabilmente si tratterà di fare anche delle rinunce pesanti, di rinunciare a molte delle comodità a cui siamo abituati. Ma questo potrebbe essere, anziché, come dice Toby, un’obbiettivo che ostacoli la transizione verso una società sostenibile, potrebbe essere una diversità culturale, e semmai, ammesso poi che qualcuno o qualche gruppo da qualche parte viva davvero in piena autosufficienza, andrebbe considerata una ricchezza.

    • Francesco ha detto:

      Simone, le tue considerazioni sono condivisibili. Occhio però al contesto: a chi il brano dovrebbe suonare offensivo?
      Il rischio di certe critiche è di somigliare a uno che piomba in mezzo ai medici in un convegno sull’obesità per accusarli tutti di favorire l’anoressia.
      Io non ci vedo tutta questa opposizione tra quello che dici tu e quello che sostiene T.H.; il punto è capire a chi lui si rivolga.
      Senza nulla togliere ai pionieri (anzi, grazie) bisogna pur dire che in un sistema di 7 miliardi di abitanti l’autonomia è – se non un lusso – una realtà per pochi.
      Per fare un esempio personale: io non mi offendo mica quando mi dicono che i problemi non si risolvono solo al livello tecnologico: questo non toglie nulla alla mia dignità come tecnico, e all’importanza che comunque gli aspetti tecnici hanno.
      Io però penso, come molti altri, che il piano chiave è davvero quello delle relazioni.

  4. Ceci ha detto:

    Anche a me francamente sembra che non ci sia molta distanza tra quello che dici tu e quello che dice l’articolo; tu metti l’accento sul fatto che perseguire un’autosufficienza più *spinta* sia desiderabile per qualcuno, l’articolo non mi pare che lo escluda ma dice che per altri, forse per molti altri, può essere più gratificante e più efficace perseguire il rafforzamento della comunità che porta più vicino all’autosufficienza (della comunità). Io sono tra questi: non ho nessuna voglia di lavorare 24 ore al giorno per fare tutto da me, mi interessa molto di più cercare le persone intorno a me che sanno fare e/o possono fornirmi quello che mi serve per mangiare e per vivere (e trovare qualcosa che posso dare in cambio io). Dirò anzi che lo spunto principale dell’articolo è questa idea della costruzione di un capitale sociale, una ricchezza che resta nella comunità ed è formata, per quel che immagino io, sia da soldi spesi e reinvestiti all’interno, che da relazioni e da fiducia (moneta di scambio non meno importante).

  5. Simone Martini ha detto:

    A mia discolpa posso solo dire che ho conosciuto T.H. con questo post sul mito dell’autosufficienza. Ho anche dato un’occhiata al suo sito e ho notato che è un biologo, quindi immagino debba essere una persona preparata, e di sicuro avrà scritto testi interessanti; ciò non toglie che questa volta abbia oltrepassato il limite, generalizzando quelle che forse volevano essere critiche rivolte a persone o gruppi ben precisi. Ma purtroppo nel post non si fanno nomi e cognomi, quindi, come “adoratore” dell’autosufficienza mi sono sentito offeso, e ho dovuto difendermi…:-)
    Mi ricorda molto “il mito vegetariano” di U.B., e devo dire che allora, quando ho letto il post, ho fatto una gran fatica a non commentare…
    No, io al contrario sogno una vita in campagna… fatta di poche relazioni, ma stabili, sussistenza, e magari qualche lavoretto di falegnameria giusto per mettermi qualcosa da parte.
    Se è vero che in città sono le relazioni che fanno la differenza, in campagna, al contrario, è l’autosufficienza a prevalere, sempre che l’obbiettivo sia quello di ridurre il proprio impatto sull’ambiente.
    Che sia un lusso oggi vivere in campagna purtroppo è vero. La terra costa tantissimo e non sono previsti permessi a costruire a meno di non avere grandi appezzamenti di terreno, ma questo dipende anche dalle politiche adottate dai governi e dalle amministrazioni. Nulla toglie che in futuro le cose possano cambiare.
    Insomma io sono d’accordo con quello che dite, ma T.H. va un po oltre, lui dice: “Il contare solo su di sé, come obiettivo in sé, è ormai un mito vecchio e stanco che deve morire. Non è permaculturale.”. E’ una frase forte.

  6. rillo ha detto:

    Dopo un decennio di frequentazione di ambienti, gruppi, giri, etc eco/bio/resilienti/etc., credo che un articolo come questo sia quasi una boccata d”aria. Non ce la faccio più a reggere la retorica del “locale” ed affini, tanto pericolosamente vicini al Blut un Boden, all’agricoltura che è per tutti, etc., tutte argomentazioni, per altro, sostenute da persone bardate alla contadino-fighetto o pro-nipote dei fiori, allineati e coperti dal main-stream del momento, sostenuti e/o sfruttati da interessi personali e/o politici. “Il contare solo su di sé, come obiettivo in sé, è ormai un mito vecchio e stanco che deve morire. Non è permaculturale.”. Evviva! Preferisco di gran lunga questo ai santoni pensionati-baby della Banca d’Italia che “faccio il contadino”, alle nobildonne annoiate, agli assessori di sinistra pronti a urlare e piangere per l’ecologia come per dare sovvenzioni alla PMI che fa il made in Italy (risate) e a dire che i cinesi son tanto cattivi e così poco locali, il para-frekketone che ti guarda dall’alto in basso perchè campicchia vendendo le borsette “artigianali” alle signore ricche in centro e poi va da papa’ a bussare cassa. Basta!. Tutta ‘sta sbobba della decrescita e compagnia cantante è diventata una moda (e in buona parte un lusso) e quell’altro che tiene i corsi di orticoltura “alternativa” sul balcone dicendo che così “fotti il sistema” ed ha cominciato a toccare la terra due mesi prima. Fa fico chi dice le cose che dicono tutti. Se faccio un corso di orticoltura in vaso devo onestamente dire che può essere un hobby carino, istruttivo e tutto quel che vuoi, ma non stai fottendo nessuno e la tua “resilienza” (‘sta parola non la sopporto più) è uguale a prima, che in Italia abbiamo si e no 5000 metri quadri di territorio a testa che non bastano per l’autosufficienza di nessuno se non vuoi radere al suolo ospedali, scuole, teatri, etc.
    Oramai c’è da dare ascolto ai Toby Hemenway. Nella ridda di (sopratutto) chiacchiere fighe, meglio ascoltarne di diverse.

  7. Simone Martini ha detto:

    rillo la Superficie Agricola Totale pro-capite in Italia (e in Emilia Romagna) è di quasi 3000 m2, mentre la Superficie Agricola Utilizzata è di 2100 m2 pro-capite. A Carpi invece la SAT dev’essere qualcosa come 1700 m2. E’ vero, non bastano. E fai conto che la superficie artificializzata (strade, case, etc.) è circa il 6% del totale, in Italia. Non basterebbe nemmeno radere al suolo tutte le città…
    Ecco, se fossimo in 40’000’000 di ab. allora sì che si potrebbe parlare di autosufficienza.

  8. Simone Martini ha detto:

    La SAU sono i terreni agricoli, la SAT invece sono i terreni agricoli + i terreni a selvicoltura… In teoria, almeno da quello che ho letto in rete, con una SAT di 0,5 ha pro-capite ce la dovremmo cavare alla grande, anche se tornassimo alla trazione animale (cosa che non è da escludere per la fine del secolo), ma per l’appunto dovremmo essere in 40 M e non 70, 80’000’000. Vabè, te lo dico solo perché ho visto che ti interessi di ecologia, resilienza, queste cose qua…

  9. Ceci ha detto:

    Rillo, ma quindi dopo tanti anni di frequentazione sei tornato a sostenere il “business as usual”? Io credo che la resilienza personale aumenti (anche di pochissimo se vuoi) ogni volta che impariamo a fare qualcosa di nuovo, compreso coltivare un orticello, non fosse altro che la cosa ci può spingere a dire che è meglio se lo facciamo fare a qualcun altro, sostenendolo e soprattutto conoscendolo. Il discorso delle mode poi è complesso: quella di “tornare alla campagna” non può valere per tutti, ma non è neanche sbagliata, visto lo spopolamento di intere zone in collina e montagna e il lavoro di cura svolto da chi coltiva la terra (anche ad esempio per la sicurezza idrogeologica). Ma è chi sta in città che deve inventarsi un nuovo modo di essere; non a caso la Transizione è stata “inventata” per essere applicata alle “Città di Transizione” non alle “Fattorie di Transizione” 🙂

    • rillo ha detto:

      ebbene si: sono un rinnegato…
      Ogni volta che ho visto qualcuno imparare qualcosa, dopo poco era convinto di saperla fare benissimo ed essere taaaaaanto resiliente, compresi orticelli tanto carini ed ecologici, annaffiati a tonnellate di acqua potabile o l’orto sinergico con la spirale, la paglia fatta venire da 100 km, l’irrigazione a goccia che costo un occhio.
      Il guaio è proprio quello: ognuno pensa di essere un isola. Se ci si fa il pane da soli (ohhhh come la nonna…!) non ci si rende conto che il “costo” energetico spesso e volentieri finisce con l’essere molto superiore a farlo fare dal panettiere del supermercato (eresia!) e la resilienza va a farsi benedire.
      In campagna chi ci ha vissuto prima ha provocato dissesti non da poco: quando si usava la legna al posto del petrolio, molto romantico, hanno disboscato tanto che humus non ce n’era più neanche una briciola, fino a quando non si è deciso che i boschi erano molto romantici e si è iniziato a plantumare. Accanto a casa mia c’è una collina che non si è più ripresa.
      No, non tornate alla campagna: ci vivo e ci lavoro, non voglio resilienti fra i piedi…

      P.S.: Ceci, scusami… Non ce l’ho con te… Non so neanche chi sei… Sono stanco proprio delle parole, della facilità con cui si usano, delle riunioni che sono psicodrammi,… Forse anche per il mondo eco/bio/resiliente/etc vale la regola dell’ 80/20: 80% sono chiacchiere, 20% sono cose serie (fermi: credo di essere il primo della lista)

      • Simone Martini ha detto:

        Beato te che hai della terra da lavorare; che te la sei potuta permettere…

      • Simone Martini ha detto:

        Io invece che vorrei lavorarla ma non posso, perché il mercato fondiario è fermo e cmq quello che si vende sono ettari ed ettari di terreno non frazionabili… io che vorrei lavorare un pezzetto di terra almeno per sfamarmi (perché certo non potrei permettermi di avviare un’azienda agricola con 3000 o 4000 m2), costretto a puntare sull’autonomia… io sarei il coglione… e mi devo anche sentir dire “il mito dell’autosufficienza deve morire”, da uno che si è comprato una fattoria e dopo 10 anni ha lasciato perdere perché non gli stava simpatico il vicino…

  10. […] in transizione” ho avuto modo di leggere la traduzione dell’ ottimo articolo di Toby Hemenway: Il mito dell’autosufficienza. Alla lettura di questo articolo sono seguite alcune peregrine riflessioni, non tanto […]

  11. rillo ha detto:

    @simone martini
    – senza andare nei dettagli, non ho “ettari ed ettari”; non sono un ricco ereditiero; all’epoca mi costò quanto un garage (e non avevo nè ho altre case, nè qualsiasi altra proprietà)
    – se vuoi comprare terra, basta che ti allontani da città, caselli autostrdali, ewtc. e di terra ce n’è quanta ne vuoi (magari fate una cooperativa di resilienti, al massimo)
    – 3000 – 4000 mq non sono una “azienda agricola” e per “sfamarti” andrebbero gestiti da specialisti e non da chi ha imparato a fare “le cose” (e dipende anche da che terra è, dove si trova, etc.)
    – il mio vicino è a 2 km e so a stento che faccia ha
    – non ho lasciato perdere, semplicemente mi incazzo
    – non ti ho dato del coglione, non è una questione personale
    – ho buttato lì quelli che a me sembrano problemi e che l’articolo, almeno in parte, conferma
    – ho scritto di getto (e non credo che si riesca a fare gran discorsi tramite tastiere), ho scritto male, tutto quel che vuoi, ma secondo te tutto fila liscio?
    – quando qualcuno stona nel coro, ti consiglio di ascoltarlo, anche se il coro ti è più simpatico e chi stona è antipaticissimo
    Ora l’abbozzo perchè internet non è un gran posto per discutere

    Grazie sul serio per non avermi censurato. Mi è successo anche questo, per molto meno

    • Ceci ha detto:

      Censurarti? Io vorrei conoscerti 🙂 Devo dire che ho risposto al tuo primo commento in modo volutamente un pochino provocatorio per far sì che tu aggiungessi altro..leggendoti poi mi chiedo se non condividi la consapevolezza che probabilmente andiamo verso una crisi energetica e che dovremo cambiare qualcosa nel modo in cui produciamo il cibo (e in altre cose anche…). Hai ragione, l’articolo conferma certi problemi insiti in un approccio molto radicale, ma tieni presente che l’autore è un permacultore e la permacultura (di cui non ho vergogna a dire che conosco poco, avendo iniziaro a leggerne da poco) ha l’obbiettivo di costruire insediament umani che, imitando la natura, utilizzino pochissima energia. Non capisco invece quale alternativa hai in mente tu. Poi, non voglio fare la psicologa da quattro soldi, ma dai tuoi commenti mi pare di vedere una ulteriore conferma di una cosa che qui diciamo da un po’: che il problema dei problemi è costruire relazoni utili e sane con gli altri..non è per niente facile e non ci siamo abituati

  12. Simone Martini ha detto:

    rillo, l’ultimo commento l’ho inviato come replica al tuo, ho sbagliato, voleva essere indirizzato a tutti, a te, a Ceci, a Francesco, ai transizionisti.
    Purtroppo oggi comprare la terra non è così semplice; come ho detto è difficile se non impossibile trovare appezzamenti sotto l’Ha (quello a cui sto puntando); inoltre i prezzi sono alti… 5 euro/m2 quando si parla di ettari ed ettari di terreno, se invece si va su superfici meno ampie anche 8 euro/m2, non è micca poco… altro che garage, oggi 5000 m2 li paghi quanto un monolocale… (sembra che i terreni siano diventati un buon investimento).
    Cmq: ” e mi devo anche sentir dire “il mito dell’autosufficienza deve morire”, da uno che si è comprato una fattoria e dopo 10 anni ha lasciato perdere perché non gli stava simpatico il vicino… “. Quello che si è comprato la fattoria e dopo 10 anni se n’è andato perché il vicino lo mandava in paranoia, e poi anche perché si era convinto che le città in periodo di crisi fossero più sicure (voglio vedere se scoppia la 3a guerra mondiale quali sono i primi obbiettivi a saltare, se i casolari di campagna o le città), dicevo, quello che si è comprato la fattoria è il nostro Toby Hemenway (se clicchi sul primo ancor text ‘articolo’ del post di cui stiamo discutendo e leggi l’articolo completo capisci di cosa parlo)…
    Se c’è uno qui che è fuori dal coro, non so si è capito, quello sono io…

  13. […] in transizione” ho avuto modo di leggere la traduzione dell’ ottimo articolo di Toby Hemenway: Il mito dell’autosufficienza. Alla lettura di questo articolo sono seguite alcune peregrine riflessioni, non tanto […]

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