“Grazie Terra Madre Sai battere la fame” – LASTAMPA.it

L’economista cileno Max-Neef ospite dell’edizione 2010. «E’ un esempio da seguire per migliaia di progetti nel mondo»

ROBERTO GIOVANNINI

Ci sono centinaia di gruppi che fanno una piccola cosa qui, una piccola cosa là. Li potremmo definire quasi un sistema immunitario del pianeta. Quando sei malato, senti di star male, ma non vedi il tuo sistema immunitario che lavora freneticamente per farti tornare alla piena salute. È quello che succede oggi nel mondo: ci sono migliaia di gruppi che fanno tante piccole cose importanti». Manfred Max-Neef, 78 anni, è un economista e ambientalista cileno. Impegnato sui temi dello sviluppo e della povertà, ideatore della teoria dei «bisogni umani fondamentali», Max-Neef parteciperà all’edizione 2010 di Terra Madre a Torino. «Non vado per insegnare – spiega – ma per imparare. Ho incontrato Carlo Petrini, e ho trovato il suo lavoro tremendamente creativo e soprattutto utile. Terra Madre è un’iniziativa che ha tutte le caratteristiche di intelligenza, sensibilità, estetica tanto necessarie in questo brutto mondo».

Perché il mondo non va come dovrebbe andare? Perché si produce più cibo di quel che servirebbe a sfamare tutti, eppure quasi un miliardo di persone hanno fame?

«Per colpa del modello economico dominante neoliberale, secondo cui l’economia è più importante degli esseri umani. Qualcuno deve soffrire perché i profitti aumentino? Non è un problema. Per questo c’è la fame, per questo ci sono tanti ammalati: molti Paesi poveri, in Africa soprattutto, potrebbero produrre medicine sulla base delle formule originali, ma devono comprarle dalle multinazionali del farmaco a prezzi insostenibili. Le cose sono organizzate perché chi è ricco diventi sempre più ricco».

Tuttavia il sistema capitalistico ha avuto un successo eccezionale, moltiplicando ad esempio la capacità produttiva di prodotti e cibo. Sulla carta è più che mai alla portata la possibilità di distruggere la fame nel mondo.
«La possibilità c’è. Ma non succede. Fame e povertà sono strettamente collegate, ed è evidente che per il modello dominante la povertà è un fattore indispensabile. Se un’azienda non è più competitiva negli Usa si sposta in Indonesia: lì trova ragazzine di 15 anni che fanno scarpe che costano 6 dollari per farle e che vengono vendute a 135 dollari. Per questo, a mio giudizio, quando le istituzioni finanziarie mondiali parlano di lotta alla povertà in realtà sono solo parole ipocrite. Si fanno piccoli interventi, piccoli progressi, ma una radicale eliminazione della fame e della povertà non è sull’agenda. Si vuole una prova? Dall’ottobre 2008, con l’esplosione della crisi finanziaria, sono stati impegnati 13 milioni di miliardi di dollari. Ci dicono che per sconfiggere fame e povertà non ci sono risorse sufficienti. Invece si sono trovati 13 triliardi per salvare gli speculatori. Sapete a quanto equivalgono? A 800 anni di un mondo senza fame. Vedete bene che l’ipocrisia tocca livelli astronomici».

Eppure il capitalismo appare imbattibile. Per la trasformazione radicale che lei auspica, da dove si deve cominciare?

«A livello locale, di base. Non ci si deve aspettare soluzioni macro calate dall’alto. Non accadrà. Eppure, proprio in questo momento ci sono migliaia e migliaia di piccole e grandi iniziative che nascono localmente. Parlando di cibo, ad esempio, questo vuol dire spostare la produzione vicino al consumo. Non si può andare avanti con assurdità come importare burro da migliaia di chilometri di distanza in un luogo che già produce burro. È un’assoluta follia, anche per l’impatto ecologico che genera. Occorre un’intensa opera di rinnovamento che parte dal basso, un processo già in atto, ma che sembra non toccare i governi. I governi non sono interessati, non agiscono. La speranza è una risposta della società civile: alle soluzioni politiche non ci credo».

Il cambiamento dal basso, però, è un percorso lento, che chiede tempo…

«Certo che richiede tempo, ma è l’unica strada percorribile. Perché cercare soluzioni politiche serve solo a perdere molto più tempo. Pensiamo al vertice sul clima di Copenhagen: un altro fallimento, quanti anni ancora si dovrà aspettare? Non possiamo più fidarci dei governi, tocca alla società civile fare le cose. Ovviamente, la speranza è che un giorno la società civile possa insegnare ai politici a governare bene: ma è solo una speranza».

Aveva parlato della recessione. Si è parlato della crisi finanziaria come uno shock che avrebbe cambiato tutto, e invece…

«…invece ben poco è cambiato. La ragione è una sola: la stupidità. Pare quasi che quando una persona si mette a fare il politico, nel suo cervello avvenga una strana trasformazione chimica. Si smette di capire, di comprendere, di vedere la realtà».
(Fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/societa/201009articoli/58829girata.asp)

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