Buono da mangiare e buono da pensare

More about Il dilemma dell'onnivoroAvevo iniziato il libro di Pollan “Il dilemma dell’onnivoro” più o meno in contemporanea a quello di Safran Foer “Se niente importa” ma l’ho finito solo ieri.

Alla fine di quello di Foer mi sembrava che la cosa più “giusta” fosse diventare tutti vegetariani e, nella mia innata riluttanza a farlo, proponevo al massimo altre due soluzioni alternative.

Alla fine di questo libro direi che la terza soluzione “selezionare accuratamente la provenienza del pesce e della carne (del latte e delle uova) che si consuma, rifiutando i prodotti da pesca ed allevamento intensivo” è forse migliore della prima (e probabilmente si trascina dietro un po’ la seconda).

E’ senza dubbio migliore da mangiare per chi, come me, ama il gusto della carne e del pesce.

Ma è forse anche migliore da pensare. O è migliore perchè fa pensare.

Essere vegetariani può essere di nuovo una scorciatoia per evitare di porsi il problema. Mi ha fatto riflettere la considerazione che,  se lo fossimo davvero tutti, molti degli animali che i vegetariani vogliono “difendere” non esisterebbero più. Essere vegetariani può voler dire arrendersi nella lotta di fronte ad un tipo di allevamento contro natura piuttosto che non cercare la vera natura del rapporto uomini/animali.

E poi, nell’ottica della transizione, essere vegetariani vuol dire diventare meno “resilienti”, un po’ come il panda. Mentre è importante sapere che molte delle cose che siamo abituati a mangiare possono essere tranquillamente sostituite con altre.

Altra cosa che mi ha lasciato la lettura di questo libro è la voglia di portare i miei figli a pescare o a raccogliere funghi o castagne. A fare l’esperienza che è possibile procurarsi il cibo in un modo diverso dal fare la spesa al supermercato.

Per approfondire

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  2. Partecipa al gruppo di lavoro “Alimentazione” che si occupa anche di queste cose.
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10 Responses to Buono da mangiare e buono da pensare

  1. simone ha detto:

    Essere vegetariani non significa essere meno resilienti. Se anche si elimina la carne dalla dieta si continua ad essere onnivori, è la nostra natura, e in caso di necessità…
    Il panda. Se è a rischio estinzione è per via dell’impoverimento dell’habitat in cui vive, cosa che vale per tigri, orango, e in genere per qualsiasi altra specie che non sia l’uomo (tra l’altro leggevo che anche il panda è onnivoro, ogni tanto mangia insetti, uova, carogne).
    E se fossimo tutti vegetariani…
    Se fossimo tutti vegetariani credo che saremmo tutti un pò più sensibili e forse la selezione degli animali da allevamento non sarebbe così spinta, tanto da avere bestie che non sono in grado di sopravvivere senza le ‘cure’ dell’uomo. E forse non ci sarebbero propio specie in via d’estinzione.
    Resta cmq una scelta individuale, principalmente dettata da motivi di carattere etico. Ed è anche una rinuncia, e non certo una scorciatoia.

    • Marco ha detto:

      Non posso e non voglio riassumere qui tutto il libro di Pollan. Non voglio perchè penso che sia davvero un libro che vale la pena di leggere.
      Una delle parti che a me è piaciuta di più è la descrizione della “fattoria” di Joel Salatin, un luogo in cui le piante, la terra e gli animali vivono in un equilibrio quasi “perfetto” in cui l’uomo si inserisce con estrema attenzione e cura. In questo equilibrio, ad esempio, un ruolo importantissimo è rivestito dalle galline che trasformano le larve contenute nel letame dei bovini in fertilizzante per l’erba che poi nutrirà i bovini stessi in un ciclo naturale perfettamente autosufficiente.
      Detto questo non vedo particolari motivi, nemmeno etici, per cui si debba lasciare che una gallina muoia di vecchiaia o diventi nutrimento per una volpe piuttosto che per l’uomo.
      Forse i vegetariani sono più sensibili. Forse si può essere più sensibili anche senza essere per forza vegetariani.
      Certo è che gli allevamenti come quello di Salatin sono una percentuale irrisoria rispetto agli allevamenti intensivi di cui ci nutriamo oggi. E certo è che se volessimo davvero selezionare la provenienza del pesce e della carne (del latte e delle uova) che consumiamo, rifiutando i prodotti da pesca ed allevamento intensivo, diventeremmo, almeno inizialmente, 98% vegetariani.

  2. simone ha detto:

    Sì, adesso ho capito cosa intendevi con scorciatoia.
    Però se consideri che il latte che beve un vegetariano viene da vacche che cmq andranno al macello, insieme ai vitelli nati propio perchè queste vacche potessero produrlo il latte… allora ti accorgi che un vegetariano condivide più o meno la stessa filiera di un onnivoro… Semmai potrebbe essere vero per un vegano.
    A parte questo… bè, gallina vecchia fà buon brodo…
    … Il motivo è che a differenza delle piante gli animali hanno un sistema nervoso. E gli esseri umani, a differenza di tutti gli altri animali (e delle volpi), hanno sviluppato un’intelligenza che gli permette di scegliere, seguendo anche quella che è la propia sensibilità o predisposizione, se mangiare o meno altri animali.
    Nella pratica succede che hai davanti un piatto di carne… e ti accorgi che quello era come dire… un fratello. Mangi qualcos’altro e ti rendi conto che tutta questa passione per la carne poi non ce l’avevi, e tutto sommato ne puoi fare a meno.

  3. Margherita ha detto:

    Marco, tu stesso esordisci così: “Alla fine di quello di Foer mi sembrava che la cosa più “giusta” fosse diventare tutti vegetariani e, nella mia innata riluttanza a farlo, proponevo al massimo altre due soluzioni alternative”. Questo è un problema di dissonanza cognitiva (Festinger, 1957): l’essere umano è un ricercatore di coerenza e se due opinioni/atteggiamenti o un atteggiamento e un comportamento si trovano in conflitto, è motivato a ripristinare la coerenza cambiando uno dei due. Quale? Quello più facile da cambiare, cioè di solito non il comportamento. Se tu pensi che sia giusto diventare vegetariano ma ti piace mangiare la carne è più facile che cambi la tua opinione piuttosto che la tua abitudine di mangiare carne. Quindi troverai delle valide ragioni per dire che poi mangiare la carne non è così sbagliato, anzi quasi quasi adesso che ci pensi bene capisci che è meglio che non mangiarla.
    Ciò premesso, la seconda e la terza soluzione che tu proponi mi sembrano già molto buone, perché non tutti vogliono diventare vegetariani. Ma non direi che sono migliori della prima. Tutte e 3 le soluzioni sono buone per la salute, perché le persone sono abituate a mangiare troppa carne e ormai non sono solo i vegetariani a sostenere che la carne non fa bene (ora non trovo il riferimento ma avevo letto di ricerche mediche usa che hanno mostrato che il corpo reagisce all’ingestione di carne come reagisce a una malattia). Sono d’accordo con Simone: non credo che essere vegetariani sia una scorciatoia, e neanche essere vegani. Anzi, queste scelte richiedono una ricerca notevole, una competenza, tempo e voglia di sperimentare. “Noi non siamo vegetariani e volerlo essere non è rispettoso della natura tanto quanto non lo è l’allevamento intensivo”: nel suo libro “Il cannibale vegetariano”, Marisa Di Bartolo suggerisce che l’anatomia umana non è quella dei carnivori. Saremo anche onnivori, ma più granivori che carnivori. Credo inoltre che essere vegetariani sia estremamente rispettoso della natura e del nostro corpo e che il vero rapporto tra gli esseri umani e gli animali non sia il dominio dei primi sui secondi, ma semmai la custodia, l’armonia, ma qui vado decisamente fuori tema.
    Mi piace l’idea di portare i bimbi a procurarsi il cibo… come mai non proponi la caccia al cinghiale o l’uccisione e macellazione del maiale? Non sarà un po’ “contro-natura”? Una soluzione al problema di mangiare la carne, che rimane per tutti un alimento un po’ “inquietante” è costruire e interiorizzare una chiara e incolmabile distinzione tra umanità e animalità. Questa netta divisione permette di applicare la “zoofagia”, la logica di chi si ciba di animali e non prova nessun apparente disgusto nel riconoscerli in ciò che mangia. In realtà però questa cesura è sempre meno credibile, per due ragioni: in primo luogo la scienza e in particolare l’etologia “rianimalizzano” le persone, reintegrando l’Homo Sapiens nell’evoluzione della specie e rivelando una continuità col mondo animale. In secondo luogo la civiltà individualistica tende ad “umanizzare” l’animale, riservandogli un posto nella famiglia, attribuendogli sentimenti quasi umani, un’identità e una personalità, rendendolo quindi soggetto. La strategia alternativa consiste nella reificazione della carne e nell’applicazione della “sarcofagia”, ovvero la logica di chi si ciba di carne, considerandola materia astratta, “disanimalizzata”, scissa dalla sua origine vivente. Le società occidentali contemporanee sono sempre più “sarcofaghe”: i segni dell’animalità si fanno sempre più discreti in quanto l’industrializzazione degli allevamenti e dei mattatoi rendono l’animale pura materia. Si delinea quindi un paradosso moderno nel nostro rapporto con l’animalità: mentre la scienza “animalizza” l’essere umano e la società “umanizza” l’animale, quest’ultimo è al tempo stesso “reificato” dall’industria. Insomma fa meno effetto comprare la carne già macellata (vedi “L’onnivoro”, del sociologo francese Claude Fischler, che purtroppo non si trova più in libreria ma in biblioteca sì, di sicuro a Correggio).
    scusate la lungaggine!

    • Marco ha detto:

      La differenza delle nostre posizioni credo derivi soprattutto dalla differenza di prospettive sotto cui analizziamo il problema.
      Io non ho intrapreso queste letture con un interesse etico o filosofico ma sotto la prospettiva dell’efficienza energetica, della sostenibilità e della resilienza.
      Per quanto riguarda l’aspetto etico comprendo benissimo le vostre posizioni e non ho nessuna intenzione di discuterle. Posso dire che non sono le mie posizioni. Posso dire che non le condivido appieno perchè possono portare a contraddizioni come negarmi il diritto di uccidere le zanzare o il diritto degli Inuit di cibarsi di foche, diritti che ritengo (senza voler imporre a nessuno questa mia convinzione) superiori ai diritti degli animali. Siamo d’accordo invece sulla condanna ai metodi di allevamento intensivo che “denaturano” gli animali e impongono loro inutili sofferenze.
      Il libro di Foer, rispetto a quello di Pollan, affronta molto di più l’aspetto etico ma alla fine di quel libro non ero alla fine della mia ricerca.
      Non ho letto Pollan per risolvere nessuna “dissonanza cognitiva” provocata da Foer.
      Il libro di Foer condanna in modo abbastanza definitivo e convincente l’allevamento intensivo ma non indaga, come invece fa Pollan, tutte le alternative.
      Pollan, ad esempio, dedica una buona parte del libro al problema del biologico sostenendo che nemmeno il biologico, se diventa un etichetta applicata ad un nuovo modello di agricoltura e allevamento su scala industriale, è una garanzia.
      La fattoria di Salatin in cui piante e animali vivono e muoiono in un ciclo “naturale” e in cui l’uomo si inserisce con grande rispetto e attenzione è invece un modello (con tutti i limiti dei modelli) di grande efficienza energetica, sostenibilità e resilienza.
      Per questo si è rivelato più vicino a quello che stavo cercando.

      Per quanto riguarda l’idea di portare i bambini a pesca piuttosto che alla caccia al cinghiale o alla macellazione del maiale non credo derivasse da sentimenti più o meno contro-natura. Quando ho scritto questo post ero al mare e un vicino di casa stava portando il figlio a pesca. Penso che i miei figli siano un po’ piccoli per la caccia al cinghiale mentre, se si presentasse l’occasione non mi dispiacerebbe farli assistere alla macellazione di una gallina o di un maiale. Sono d’accordo infatti che comprare la carne in belle fettine asettiche o il tonno in scatolette non aiuti a rendersi conto di cosa c’è dietro alle nostre scelte alimentari. Ma non è molto diverso dal portare i bambini in un agriturismo o in una fattoria didattica illudendoli che gli animali che vedono moriranno di vecchiaia e saranno seppelliti sotto una quercia.
      Dal punto di vista della consapevolezza, forse, è molto più difficile rendersi conto di quale disastro ambientale ci sia dietro alla monocultura intensiva del mais e della soia, che un vegetariano padano potrebbe assolvere come alimenti “buoni da mangiare e da pensare”.

  4. simone ha detto:

    Bè, sotto il profilo dell’efficienza energetica direi che la dieta vegana è vincente. 1 ha di terreno dovrebbe sfamare più persone se cereali, verdure, etc vengono destinati direttamente all’alimentazione umana, piuttosto che all’alimentaz di animali da macello (che devono pure restare in vita, mantenere la temp corporea costante… Questa è energia in perdita).
    La resilienza… Se fossimo tutti vegani non avremmo allevamenti. E allevare animali è un modo per accumulare Kcal. Una scorta che può tornare utile in momenti di difficoltà. E allora si è più resilienti come onnivori.
    Sulla sostenibilità invece, vegani e onnivori dovrebbero essere pari…
    In linea di massima direi che la soluzione migliore, considerando anche il momento storico (il camb climatico, l’aumento della pop), sia una dieta onnivora prevalentemente vegana. Molta frutta, verdura, cereali e legumi , poco latte, formaggi, uova e carne. Insomma, una dieta equilibrata.

  5. Marco ha detto:

    Non l’ho ancora letto tutto, ed è in inglese, per cui per ora non ci faccio un post ma lo segnalo qui perchè mi sembra proprio in tema.
    George Monbiot sul Guardian: I was wrong about veganism. Let them eat meat – but farm it properly
    (http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2010/sep/06/meat-production-veganism-deforestation)

  6. Ceci ha detto:

    Non credo però che dovremmo mettere in piedi una contrapposizione tra vegetariani e onnivori. Quella vegetariana può essere la via giusta per alcuni, quella onnivora per altri; possiamo indagare le implicazioni etiche e ambientali delle due scelte. Ma il punto è che la gente dovrebbe prendere consapevolezza e assumersi la responsabilità di quello che mangia.

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