
Oggi si celebrerà la Giornata Mondiale dell’Acqua. Tema di quest’edizione: Water for cities: responding to the urban challenge (L’acqua per le città: per rispondere alle sfide urbane).
(Fonte: alternativasostenibile.it)

Oggi si celebrerà la Giornata Mondiale dell’Acqua. Tema di quest’edizione: Water for cities: responding to the urban challenge (L’acqua per le città: per rispondere alle sfide urbane).
(Fonte: alternativasostenibile.it)
Qui si accennava ad AspoItalia; ecco ora un articolo estremamente interessante comparso sul loro blog “Risorse, Economia e Ambiente”:
Questo lavoro espone il modo in cui si cercava di fare fronte al problema dell’approvvigionamento di acqua in un paese della Lucania fino agli anni trenta del secolo scorso, quando arriva l’acquedotto. Si farà inoltre qualche accenno alla situazione nel periodo successivo. (***)
Certo, la Lucania preindustriale non è distante da noi solo in termini tecnologici e storici, ma anche spaziali, geografici, climatici, idrografici… insomma, la gestione dell’acqua qui in Pianura Padana era diversa anche nel passato. Ma il sintetico racconto di Boccone ci lascia una chiara idea di cosa significasse trovare e amministrare l’acqua necessaria a vivere nei tempi antecedenti all’era del petrolio.
Premessa. Vorrei ricordare che i problemi derivanti dal “picco del petrolio” all’apice della curva sono legati più alla capacità che alle riserve. La questione centrale non è tanto “Quanto ne resta?” ma “Quanto riusciamo a estrarne al giorno rispetto alla domanda?”.
Cristiano parte da un articolo di Kate Mackenzie sul Financial Times per riepilogare alcune avvisaglie raccolte sui media – solo le più recenti – a proposito del picco.
Lo trasporto di peso qui, comprende un piccolo elenco molto significativo.
E a chi sa l’inglese consiglio di leggere direttamente l’articolo del FT: riassume sinteticamente – per quanto possibile – molti aspetti della situazione.
Il Picco del Petrolio allo scoperto
Di Cristiano
“Politici, economisti e picchisti* stanno cominciando a parlare lo stesso linguaggio?” è questa la domanda che si fa Kate Mackenzie sul Financial Times (vedi articolo qui). Fa parte di quel processo che io di solito etichetto come “il risveglio dei media”. Mano a mano che la transizione (notare la t minuscola) avanza e che la crisi conseguente diventa più manifesta, ignorare le vere cause o nasconderle diventa più difficile. Ecco quindi che i problemi emergono in ogni ambiente e i giornalisti cominciano ad occuparsene: si parla sempre più spesso di Picco del Petrolio.
Kate menziona il post di Chris Nelder a proposito della fine del momento negazionista rispetto al Picco del Petrolio; l’intervista del Telegraph a Sir David King sui dati falsati delle IEA; l’intervento di Richard Branson il più famoso degli imprenditori britannici; il report dell’UK Energy Reserch Council sul rischio di picco entro il 2030, quello dello US Joint Forces Command (ne parlavo qualche post fa) ecc.
A volte i linguaggi sono diversi, ma il senso generale rimane: c’è un problema e bisogna cominciare ad affrontarlo. Beh, cominciate a dirlo in giro se già non lo state facendo, ora è più facile essere ascoltati e abbiamo bisogno che il maggior numero di persone possibile si renda conto della situazione: è così che può nascere il cambiamento.
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* Vengono chiamati picchisti, o peak oilists in inglese, quelli che da anni si occupano di diffondere notizie su questo problema; per capirci, i membri di ASPO sono picchisti.